← Torna al blog

Il monastero di Labrang: la grande sede gelugpa dell'Amdo

Nella valle del fiume Sangchu, chiamato Daxia in cinese, a circa 2.900 metri di quota nel sud-ovest della provincia del Gansu, sorge uno dei monasteri più importanti del mondo buddhista tibetano. Il monastero di Labrang fu fondato nel 1709 dal primo Jamyang Zhepa, Ngawang Tsöndrü, uno studioso di fama formidabile che aveva studiato e insegnato a Lhasa prima di tornare nel suo Amdo natale. Nel giro di poche generazioni la sua fondazione crebbe fino a diventare una città monastica cinta di mura, fatta di templi, collegi, residenze e stamperie, annoverata tra i sei grandi monasteri della scuola gelugpa insieme a Ganden, Drepung, Sera, Tashilhunpo e Kumbum.

La residenza dello Jamyang Zhepa

Il nome Labrang deriva dalla parola tibetana che indica la residenza di un alto lama, e in effetti il monastero è inseparabile dal lignaggio del suo fondatore. Il primo Jamyang Zhepa fu richiamato in Amdo da un principe mongolo khoshut, il cui patronato fornì le terre e le risorse per la nuova fondazione. Quell'alleanza tra uno studioso eminente e un potente protettore aristocratico seguiva uno schema ben noto nella storia tibetana, ma a Labrang produsse qualcosa di insolitamente duraturo. Ogni successiva incarnazione dello Jamyang Zhepa ereditò non solo l'autorità spirituale, ma anche l'amministrazione di un patrimonio crescente, che arrivò a dominare la vita religiosa, economica e politica di un ampio tratto delle praterie dell'Amdo. Le famiglie nomadi mandavano i figli a ricevere l'ordinazione, greggi e merci affluivano verso la valle del Sangchu, e il monastero offriva in cambio istruzione, servizi rituali, arbitrato delle dispute e un punto di riferimento comune per le comunità tibetane, mongole e hui insediate ai margini dell'altopiano.

Un'università monastica ai margini dell'altopiano

Ciò che rese Labrang celebre ben oltre il Gansu fu il suo insegnamento. Il monastero sviluppò sei collegi, o dratsang, ciascuno con le proprie sale, i propri maestri e il proprio corso di studi. Il più grande è il collegio di filosofia, dove i monaci percorrono il programma classico della scuola gelugpa: logica, epistemologia, filosofia madhyamaka, disciplina monastica e letteratura della Perfezione della saggezza, un cammino che richiede tradizionalmente ben più di un decennio e culmina nel titolo di ghesce. Accanto ad esso operano collegi dedicati ai due rami degli studi tantrici, al sistema del Kalachakra con la sua astronomia e la scienza del calendario, alla medicina tibetana tradizionale e alla tradizione di pratica della divinità Hevajra. Questa ampiezza fece di Labrang una vera città universitaria. Al suo apice il monastero ospitava diverse migliaia di monaci e attirava studenti non solo dall'Amdo, ma anche dalla Mongolia e da molto più lontano. Nei cortili, il visitatore può ancora oggi assistere alle sessioni quotidiane di dibattito, scandite da quel battito di mani teatrale con cui un monaco scaglia il proprio argomento filosofico contro l'avversario seduto.

Sale, templi e una stamperia famosa

Dal punto di vista architettonico, Labrang è un fitto intreccio di abitazioni monastiche imbiancate a calce, strette attorno a monumentali sale di assemblea e a templi dai tetti di bronzo dorato. La grande sala dei sutra, cuore cerimoniale del complesso dove l'intera assemblea si riunisce per la salmodia, fu gravemente danneggiata da un incendio nel 1985 e in seguito ricostruita; il suo interno risplende di nuovo di lampade al burro, stendardi di seta e lunghe file di panche imbottite. Intorno ad essa si raccolgono templi dedicati a Maitreya, il Buddha del futuro, e alle divinità protettrici, oltre a stupa, cappelle e alle residenze dei lama reincarnati del monastero. Un'istituzione merita una menzione particolare: il Barkhang, la stamperia tradizionale di Labrang. Da secoli i monaci vi stampano le scritture da matrici di legno intagliate a mano, e il laboratorio conserva un patrimonio enorme di questi blocchi, che coprono testi canonici, trattati filosofici e liturgie. Osservare uno stampatore inchiostrare una matrice, stendervi sopra una striscia di carta e ricavarne in pochi secondi una pagina nitida è una delle meraviglie silenziose di una visita.

La kora: camminare tra le ruote di preghiera

Per i pellegrini laici che affluiscono nella valle, il cuore di Labrang non è un'aula ma un cammino. La kora, il percorso di circumambulazione che gira in senso orario attorno all'intero complesso monastico, si sviluppa per circa tre chilometri ed è fiancheggiata per lunghi tratti da gallerie coperte di ruote di preghiera, ben oltre un migliaio secondo la maggior parte dei conteggi. Fin da prima dell'alba i pellegrini percorrono il circuito facendo girare una ruota dopo l'altra, mormorando mantra, sgranando rosari; alcuni avanzano con prostrazioni complete, misurando la strada una lunghezza di corpo alla volta. Vecchi nomadi in cappotti di pelle di pecora camminano accanto a studenti e cittadini, e il ticchettio sommesso e continuo delle ruote che girano diventa la colonna sonora dell'intera valle. Per chi arriva da fuori, la kora è anche la migliore introduzione possibile: segue il perimetro del monastero, costeggia cappelle e stupa e sale verso punti panoramici da cui l'intero complesso dai tetti dorati si distende contro pendii spogli.

Il Mönlam: la grande festa di preghiera

Il culmine dell'anno rituale di Labrang cade nelle prime settimane dopo il Capodanno tibetano, quando il monastero celebra il Mönlam, la grande festa di preghiera. Decine di migliaia di pellegrini provenienti da tutte le praterie convergono allora nella valle per giornate intere di cerimonie. Il momento più famoso è lo svelamento di un gigantesco thangka ad applicazione, un'immagine ricamata del Buddha così grande che intere file di monaci devono portarla arrotolata sulle spalle in processione, prima che venga srotolata lungo una terrazza di pietra sul pendio di fronte al monastero. La folla si accalca per toccare il tessuto e riceverne la benedizione. Altri giorni portano le danze mascherate cham nel grande cortile, l'esposizione di raffinate sculture modellate nel burro colorato e processioni in cui le immagini sacre vengono portate attorno al recinto monastico. Per chi vuole capire che cosa significhi un monastero vivo per la società che lo circonda, il Mönlam di Labrang è la dimostrazione più vivida che esista.

Un Novecento tormentato

La posizione di Labrang, sulla linea di contatto tra le sfere tibetana, mongola, cinese e musulmana hui, portò prosperità negli anni buoni ed esposizione al pericolo in quelli cattivi. All'inizio del Novecento il monastero fu coinvolto in violenti conflitti regionali con gli eserciti dei signori della guerra musulmani insediati nel Gansu e nel Qinghai, episodi che in Amdo si ricordano ancora con dolore. Dopo il 1949 i possedimenti del monastero furono smantellati, e durante la Rivoluzione culturale la vita religiosa venne repressa del tutto: i monaci furono espulsi e parti del complesso distrutte o destinate a usi profani. La riapertura arrivò nel 1980, e i decenni successivi hanno portato una ricostruzione imponente, il ritorno della formazione monastica e la rinascita delle grandi feste. Oggi la comunità conta di nuovo ben più di mille monaci. La moderna cittadina di Xiahe si è allungata lungo la strada che costeggia le mura del monastero, con la sua fila animata di negozi, ostelli per pellegrini e ristoranti, cosicché monastero e borgo di mercato si vivono ormai come un unico organismo continuo, proprio come li hanno sempre vissuti i pellegrini.

Sulla mappa

Labrang è un nodo, per quanto possente, di una rete di fondazioni gelugpa che si estende da Lhasa a tutto il mondo culturale tibetano. Sulla nostra mappa interattiva potete vedere esattamente dove sorge il monastero nella valle del Sangchu, seguire la strada che sale da Lanzhou attraverso le colline del Gansu meridionale e scoprire le altre grandi città monastiche dell'altopiano e oltre. Allontanando lo sguardo si apre la trama dell'Asia buddhista; avvicinandolo, il prossimo viaggio comincia a disegnarsi da sé.