Erdene Zuu: il monastero più antico della Mongolia sulle rovine di Karakorum
Nel 1585, sulla pianura spazzata dal vento della valle dell'Orkhon, nel cuore della Mongolia, alcuni operai cominciarono a innalzare un monastero con le macerie di una capitale imperiale scomparsa. Il sito sorgeva accanto a Karakorum, la città da cui un tempo era stato governato l'Impero mongolo; il fondatore era Abtai Sain Khan, sovrano dei mongoli khalkha; e il risultato fu Erdene Zuu, oggi il più antico monastero buddhista conservato della Mongolia. Più di quattro secoli dopo, la sua candida muraglia di stupa racchiude ancora un pugno di templi ai margini della moderna cittadina di Kharkhorin: edifici che sono sopravvissuti a imperi, guerre civili e a una delle campagne antireligiose più brutali del ventesimo secolo.
Il voto di un khan e la seconda conversione
Il buddhismo raggiunse i mongoli in due grandi ondate. La prima arrivò nel tredicesimo secolo, quando la corte imperiale coltivò stretti legami con i lama tibetani e i maestri buddhisti percorrevano le strade dell'impero; quel primo buddhismo di corte sbiadì con la frammentazione dell'impero stesso. La seconda ondata giunse nel sedicesimo secolo e si rivelò molto più duratura. Nel 1578 Altan Khan, signore dei mongoli tümed, incontrò il maestro tibetano Sonam Gyatso e gli conferì il titolo di Dalai Lama, suggellando un'alleanza tra il potere mongolo e la scuola gelug del buddhismo tibetano. Il risveglio religioso si diffuse rapidamente tra la nobiltà mongola, e tra i sovrani che ne furono travolti c'era Abtai Sain Khan dei khalkha, il gruppo mongolo dominante nell'attuale Mongolia centrale. Votato alla nuova fede, nel 1585 ordinò la fondazione di un grande monastero in un luogo già carico di significato: il margine della capitale imperiale in rovina, nella valle dell'Orkhon. Nel nome Erdene Zuu è racchiusa la parola erdene, gioiello o cosa preziosa, mentre zuu viene di solito inteso come un riferimento al Buddha Jowo, l'immagine del Buddha più venerata di Lhasa. La nuova fondazione divenne presto il cuore spirituale delle terre khalkha.
Costruito con le pietre di Karakorum
La scelta del sito non fu casuale. Karakorum era stata fondata nel tredicesimo secolo come capitale dell'Impero mongolo e, sotto Ögedei Khan, era cresciuta fino a diventare una città autenticamente cosmopolita, popolata da mercanti, ambasciatori e artigiani provenienti da tutta l'Eurasia. La sua importanza crollò dopo che Kublai Khan trasferì la capitale imperiale nel sito dell'odierna Pechino, e secoli di declino, guerre e abbandono ridussero la città un tempo celebre a campi di pietre e mattoni sparsi. Quando nel 1585 i costruttori di Abtai Sain Khan si misero all'opera, attinsero direttamente a quel campo di rovine: pietre e mattoni dell'antica capitale finirono nei muri e nei basamenti del nuovo monastero. Il visitatore percepisce ancora oggi questa stratificazione di epoche. Vicino al monastero sopravvivono tartarughe di pietra scolpite che un tempo si ergevano a Karakorum, cippi silenziosi della città scomparsa, e il terreno intorno a Kharkhorin resta uno dei paesaggi archeologici più importanti della Mongolia. In senso del tutto letterale, Erdene Zuu è l'Impero mongolo riciclato: i resti materiali di un progetto imperiale secolare ricomposti in un progetto religioso. Proprio questa continuità del luogo rende il monastero così affascinante, perché due capitoli completamente diversi della storia mongola occupano gli stessi pochi chilometri quadrati di steppa.
Una muraglia di 108 stupa
L'elemento più fotografato di Erdene Zuu è il suo recinto: una grande muraglia imbiancata a calce, costellata di 108 stupa, che disegna un'area pressoché quadrata con lati di circa 400 metri. Il numero è voluto. Centotto è tra i numeri più sacri del buddhismo, riecheggia nei grani del rosario tradizionale e in innumerevoli contesti rituali, cosicché la muraglia stessa è meno un confine che un immenso atto di devozione. Gli stupa non furono eretti in un'unica campagna: si accumularono nel corso delle generazioni, offerti da khan, nobili e famiglie devote per commemorare eventi, onorare maestri e acquisire meriti. Visto dalla prateria aperta, l'effetto è indimenticabile: una lunga linea bianca di santuari che scandisce l'orizzonte, con i tetti dei templi che si levano alle loro spalle e, oltre, colline spoglie. Il recinto plasma anche l'esperienza della visita. Varcando una delle porte si lascia lo spazio ordinario della steppa e le strade polverose di Kharkhorin per entrare in un'area che i mongoli trattano come suolo sacro da oltre quattrocento anni. Persino nei decenni in cui il monastero fu ridotto al silenzio, la muraglia di stupa rimase in piedi: il profilo di una fede che il ventesimo secolo non riuscì mai a cancellare del tutto.
Templi in tre lingue architettoniche
Entro le mura, Erdene Zuu parla più dialetti architettonici allo stesso tempo. Gli edifici più noti sono i tre templi principali, spesso chiamati Gurvan Zuu, che sorgono insieme nella parte occidentale del recinto e che la tradizione associa alle età della vita del Buddha. I loro tetti di tegole dalle ampie curve, le mensole dipinte e i cortili simmetrici mostrano una forte influenza cinese, memoria degli artigiani e dei modelli che circolavano attraverso l'Asia interna. Altrove nel recinto si innalza il tempio Lavrin, costruito in un inconfondibile stile tibetano, con muri imbiancati e tetti piani, dove si celebrano cerimonie di rito tibetano. Le tradizioni costruttive mongole, plasmate dalla gher rotonda di feltro e da secoli di architettura nomade, completano la miscela. All'interno dei templi superstiti il monastero custodisce una notevole collezione di arte religiosa: buddha dorati, divinità protettrici, thangka dipinti, strumenti rituali e le vivide maschere delle danze cerimoniali tsam. Molte opere appartengono alla tradizione artistica legata a Zanabazar, il capo religioso e scultore del diciassettesimo secolo che resta l'artista più celebrato della storia mongola. Passare di sala in sala diventa così una lezione su come il buddhismo mongolo abbia assorbito la liturgia tibetana e la carpenteria cinese rimanendo, al fondo, una cultura interamente nata dalla steppa.
Guerre, rovine e paziente ricostruzione
La storia di Erdene Zuu non fu mai tranquilla. Nel 1688 le guerre tra i mongoli khalkha e gli zungari di Galdan Boshugtu Khan travolsero la valle dell'Orkhon; il monastero fu gravemente danneggiato e poi abbandonato quando i khalkha fuggirono verso sud. La restaurazione giunse nel diciottesimo secolo, quando la pace tornò nella regione sotto nuovi assetti politici, e il complesso entrò allora nella sua più grande stagione di espansione. I templi si moltiplicarono entro le mura, presero forma collegi monastici e, all'inizio del ventesimo secolo, Erdene Zuu era diventato una delle più grandi istituzioni religiose della Mongolia, con decine di templi e una comunità molto numerosa di lama residenti. Per le famiglie di pastori della valle dell'Orkhon il monastero era molto più di un luogo di culto: era scuola, centro di medicina tradizionale, proprietario terriero, datore di lavoro e palcoscenico delle grandi feste che scandivano l'anno. Questo ciclo di distruzione e ricostruzione, ripetuto più di una volta nel corso dei secoli, conferì al monastero una singolare resilienza istituzionale. Ogni generazione ereditava insieme i danni dell'ultima catastrofe e l'obbligo di ripararli; il complesso che il visitatore vede oggi è il frutto cumulativo di quel lungo e paziente lavoro.
Dal museo ammutolito al monastero vivo
Il colpo più duro cadde alla fine degli anni Trenta del Novecento. Il governo comunista della Mongolia, muovendosi al passo con l'Unione Sovietica di Stalin, scatenò una purga devastante contro le istituzioni buddhiste: in tutto il paese i monasteri furono chiusi e demoliti, e migliaia di lama furono giustiziati, imprigionati o costretti a tornare alla vita laica. Nel 1939 Erdene Zuu fu devastato da questa campagna, e la maggior parte dei templi accumulati in tre secoli e mezzo andò distrutta. Furono risparmiati soltanto un piccolo gruppo di templi e la grande muraglia di stupa. Nel 1947 gli edifici superstiti furono trasformati in museo: l'arte e l'architettura vennero preservate, ma la vita religiosa del luogo restò congelata. Quel silenzio durò fino alla rivoluzione democratica mongola: nel 1990, con il ritorno della libertà religiosa, i monaci fecero ritorno a Erdene Zuu e il culto riprese dietro le antiche mura. Oggi il sito conduce una doppia vita di monastero attivo e museo, e dal 2004 gode di riconoscimento internazionale come parte del paesaggio culturale della valle dell'Orkhon, bene del patrimonio mondiale UNESCO che abbraccia anche le rovine di Karakorum. Là dove, a memoria d'uomo, lo Stato aveva decretato il silenzio, si odono di nuovo le recitazioni del mattino.
Sulla mappa
Erdene Zuu sorge ai margini della cittadina di Kharkhorin, nella provincia dell'Övörkhangai, a circa 360 chilometri a ovest di Ulaanbaatar, ed è il punto d'ancoraggio di ogni viaggio nella valle dell'Orkhon. Per vedere con precisione dove la muraglia di stupa incontra le rovine di Karakorum, e per scoprire gli altri monasteri della Mongolia e dell'Asia centrale nel loro contesto geografico, aprite la nostra mappa interattiva. Potrete seguire a uno a uno i luoghi sacri della regione e tracciare un itinerario attraverso un paesaggio in cui la storia imperiale e quella religiosa condividono lo stesso suolo.