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Optina Pustyn’: il monastero degli starcy nella Russia profonda

Chi arriva oggi a Optina Pustyn’, sulle rive del fiume Žizdra presso la cittadina di Kozel’sk, nella regione di Kaluga, trova mura bianche, cupole azzurre e dorate e un flusso costante di pellegrini. Nulla, a prima vista, rivela che per secoli questo fu un eremo povero e semisconosciuto, più volte sull’orlo della chiusura. Eppure proprio qui, nell’Ottocento, fiorì l’istituzione che avrebbe segnato la spiritualità russa moderna: lo starčestvo, la paternità spirituale degli anziani, gli starcy, capaci di attirare al proprio uscio contadini analfabeti e i più grandi romanzieri del tempo.

Il monastero e il suo skit

Per capire Optina bisogna tenere insieme due luoghi. C’è il monastero vero e proprio, con la cattedrale dell’Ingresso della Madre di Dio al Tempio che gli dà il nome ufficiale, le mura, la foresteria, la vita cenobitica ordinata. E c’è, qualche centinaio di metri più addentro nel bosco, lo skit di San Giovanni il Precursore, fondato nel 1821: un piccolo insediamento eremitico con una regola più severa, un silenzio più fitto, un accesso rigorosamente regolato. Lo vollero e lo costruirono i fratelli Mosè e Antonio, asceti formati alla scuola spirituale di Paisij Veličkovskij, con il sostegno delle autorità ecclesiastiche. Lo skit fu concepito come il cuore contemplativo dell’insieme, e fu lì che vissero gli starcy: abbastanza nascosti da custodire la preghiera, abbastanza raggiungibili da ricevere, in forme ordinate, la folla che saliva dal mondo. Questa doppia struttura, cenobio e skit, spiega come Optina abbia potuto essere insieme un rifugio di esicasti e la porta spirituale più frequentata della Russia.

Le radici: leggenda e documenti

Sulle origini la tradizione racconta di un brigante di nome Opta che, pentito delle proprie scorrerie, si sarebbe fatto monaco e avrebbe raccolto in quel punto la prima fraternità. È una leggenda, e come tale va presa; i documenti attestano con certezza l’esistenza del monastero a partire dal Cinquecento. La parola pustyn’ significa eremo nel deserto, un luogo scelto apposta lontano dalle città. Per secoli la comunità rimase minuscola e poverissima, con edifici in gran parte di legno. Nel Settecento, quando lo Stato russo confiscò le terre monastiche e soppresse centinaia di piccoli conventi, Optina rischiò più volte di sparire: in certi periodi vi restava solo una manciata di monaci. La rinascita cominciò alla fine di quel secolo, quando i vertici ecclesiastici presero a cuore l’eremo in rovina e lo ricostruirono come casa di vita comune rigorosa, preparando senza saperlo il terreno alla stagione più luminosa della sua storia.

L’esicasmo ritrovato

Quella stagione ha una radice precisa: l’opera di Paisij Veličkovskij, monaco del Settecento attivo sul Monte Athos e poi in Moldavia, che dedicò la vita a recuperare la tradizione esicasta della preghiera interiore e a tradurre in slavo ecclesiastico i classici dell’ascetica greca, prima fra tutte la raccolta nota come Filocalia. Paisij non mise mai piede in Russia, ma i suoi discepoli portarono verso nord manoscritti, metodo e una concezione esigente della paternità spirituale. Optina divenne il luogo dove questa eredità mise radici stabili. Nel 1829 lo ieromonaco Leonid, in schema Lev, si stabilì nello skit: uomo robusto, diretto, senza paura, aprì la porta della propria cella a chiunque bussasse. Fu uno scandalo per una parte della gerarchia, che giudicava sconveniente tanta familiarità con i laici; fu una liberazione per la gente comune, che per la prima volta trovava in un monastero qualcuno disposto ad ascoltare tutto.

Gli starcy: Leonid, Macario, Ambrogio

Dopo Leonid venne Macario, uomo colto e di penna, che estese la direzione spirituale alla corrispondenza e rispondeva a lettere provenienti da ogni angolo dell’impero. Sotto di lui la pratica contestata divenne istituzione riconosciuta. Il più celebre della catena fu però Ambrogio: nato nel 1812, giunto giovane a Optina nel 1839, malato cronico per decenni e spesso incapace di reggersi in piedi, ricevette per anni il flusso ininterrotto dei visitatori disteso nella sua cella dello skit. I contemporanei descrivono un impasto raro di buon senso pratico, umorismo e penetrazione psicologica; i suoi consigli prendevano volentieri la forma di detti in rima che anche un contadino poteva portarsi a casa a memoria. Nel 1884 fondò poco lontano il monastero femminile di Šamordino, pensato per accogliere povere, malate e anziane respinte dai conventi più ricchi, e lo guidò fino alla morte, avvenuta proprio lì nel 1891. La Chiesa ortodossa russa lo canonizzò nel 1988; nel 2000 il concilio episcopale glorificò l’intera Sinassi degli starcy di Optina, quattordici padri che coprono tutta la tradizione, da Leonid agli ultimi anziani degli anni della rivoluzione.

Libri, slavofili e scrittori

Optina non parlò solo a voce: parlò anche in stampa. Dagli anni Quaranta dell’Ottocento il monastero, incoraggiato dallo starec Macario e sostenuto dal filosofo slavofilo Ivan Kireevskij e da sua moglie, avviò un notevole programma editoriale di edizioni e traduzioni russe dei padri ascetici, a cominciare dalla vita e dagli scritti di Paisij Veličkovskij, per proseguire con classici come Isacco il Siro. Per i russi colti, cresciuti a filosofia tedesca e romanzi francesi, quei volumi aprivano la porta di una tradizione contemplativa nazionale che molti ignoravano. Kireevskij, figlio spirituale di Macario, fu sepolto nel monastero. E dietro ai libri arrivarono gli scrittori: Gogol’ vi si recò più volte negli ultimi, tormentati anni della sua vita; Dostoevskij vi giunse nel giugno 1878, straziato dalla morte del figlioletto Aleša, in compagnia del giovane filosofo Vladimir Solov’ëv, e dall’incontro con lo starec Ambrogio trasse la figura dello starec Zosima dei Fratelli Karamazov; Tolstoj, la cui sorella Marija era monaca a Šamordino, vi tornò più volte da ammiratore ribelle, e nell’ottobre 1910, durante la fuga finale che precedette di pochi giorni la sua morte, passò un’ultima volta da Optina e da Šamordino. Il filosofo Konstantin Leont’ev, infine, vi pronunciò segretamente i voti monastici nel 1891.

Il Novecento: chiusura, martirio, rinascita

Dopo la rivoluzione del 1917 il monastero fu liquidato come istituzione religiosa. Per qualche anno i monaci resistettero sotto la copertura di una cooperativa agricola, ma verso la metà degli anni Venti il culto era soppresso, la comunità dispersa, gli ultimi anziani mandati in esilio; Nektarij, l’ultimo starec della vecchia successione, morì lontano da Optina. Gli edifici passarono per la consueta trafila sovietica di museo, casa di riposo e altri usi, e molto andò perduto o in rovina. Nel novembre 1987, con la svolta nella politica religiosa dello Stato, Optina fu tra i primi monasteri restituiti al patriarcato di Mosca; l’anno seguente riprese la vita monastica, lo stesso anno della canonizzazione di Ambrogio. La giovane comunità conobbe il suo dramma nella Pasqua del 1993, quando tre suoi membri, lo ieromonaco Vasilij e i monaci Trofim e Ferapont, furono assassinati la mattina della festa. Oggi Optina è un monastero stauropigiaco, dipendente direttamente dal patriarca, interamente ricostruito, con le reliquie degli starcy custodite nelle sue chiese e un afflusso di pellegrini che ricorda i tempi di Ambrogio.

Sulla mappa

Optina Pustyn’ si capisce meglio dentro il suo paesaggio: il fiume, la pineta, lo skit nascosto oltre le mura, Šamordino a breve distanza. Sulla nostra map interattiva potete individuare il monastero, esplorare la regione di Kaluga e scoprire migliaia di altri luoghi monastici in tutto il mondo. Avvicinatevi per seguire la geografia degli starcy, oppure allargate lo sguardo per vedere come questo eremo silenzioso si inserisce nel grande mondo del monachesimo ortodosso che ha segnato così in profondità.