Monte Oliveto Maggiore: l'abbazia bianca delle Crete Senesi
A sud di Siena, dove le morbide colline toscane lasciano il posto alle terre argillose e pallide delle Crete Senesi, un'abbazia di mattoni rossi sorge in mezzo a un bosco di cipressi, su uno sperone di terra che si sgretola. Monte Oliveto Maggiore è dal Trecento la casa madre dei benedettini olivetani, e le pareti del suo chiostro grande custodiscono uno dei cicli di affreschi più celebri del Rinascimento italiano: la vita di san Benedetto, dipinta da Luca Signorelli e dal Sodoma. Pochi monasteri al mondo uniscono paesaggio, arte e tradizione monastica viva con tanta pienezza, e pochissimi lo fanno in uno scenario così strano e così bello.
Dai palazzi senesi al deserto di Accona
Nel 1313 Giovanni Tolomei, membro di una delle più ricche famiglie mercantili di Siena e stimato studioso di diritto, voltò le spalle alla carriera e alla sua città. Insieme a due compagni di pari rango, Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini, si ritirò in una proprietà isolata della famiglia, nota come deserto di Accona: una solitudine di crinali d'argilla e calanchi tra le colline a sud di Siena. Preso il nome religioso di Bernardo, vi abbracciò una vita di preghiera, silenzio e lavoro manuale. L'esperimento di un eremita divenne presto una comunità. Nel 1319 Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, riconobbe formalmente la giovane fondazione e la pose sotto la Regola di san Benedetto; nel 1344 la nuova congregazione ottenne l'approvazione pontificia. La vicenda di Bernardo si chiuse in modo drammatico quanto era cominciata. Quando nel 1348 la peste nera raggiunse la Toscana, egli lasciò la relativa sicurezza del suo colle e tornò nella Siena devastata dal contagio per assistere i malati e i morenti. Vi morì di peste, insieme a molti dei suoi monaci, e nel 2009 è stato proclamato santo.
I monaci bianchi di san Benedetto
Dalla fondazione di Bernardo nacque la Congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto, i cui membri sono chiamati semplicemente olivetani. A differenza dei benedettini dall'abito nero della tradizione più antica, i monaci olivetani vestono di bianco, segno visibile della particolare devozione della congregazione alla Vergine Maria, alla quale tutte le sue case sono dedicate. Fin dall'inizio gli olivetani si intesero come un movimento di riforma dentro il mondo benedettino: un ritorno all'austerità, alla povertà condivisa e a un forte governo centrale, in un'epoca in cui molte grandi abbazie si erano fatte ricche e comode. Le case figlie si moltiplicarono prima in Toscana, poi in tutta Italia, e oggi comunità olivetane esistono in più continenti. Monte Oliveto Maggiore, dove l'aggettivo distingue la casa madre dalle sue numerose filiazioni, resta il vertice dell'intera congregazione e la residenza del suo abate generale. L'abbazia gode inoltre dello status insolito di abbazia territoriale, cioè di una giurisdizione ecclesiastica a sé stante e non di un monastero inserito in una diocesi circostante: un altro segno del peso che questo colle remoto ebbe un tempo nella vita della Chiesa.
Una cittadella di mattoni tra i cipressi
Già l'arrivo all'abbazia è una piccola messinscena. Il visitatore attraversa dapprima una torre-portale medievale fortificata, una costruzione massiccia di mattoni che un tempo controllava l'accesso con un ponte levatoio e che porta ancora rilievi in terracotta invetriata alla maniera delle botteghe dei della Robbia. Da lì un lungo viale di cipressi scende attraverso il bosco fino al monastero vero e proprio, il cui mattone caldo e rosso arde contro l'argilla grigio-bianca dei burroni circostanti. Il complesso si dispiega come una piccola cittadella: la chiesa abbaziale, più chiostri, il refettorio, la sala capitolare, la biblioteca e lunghe ali di celle, intrecciati da secoli di cantieri. Il sito è tanto precario quanto pittoresco. L'abbazia poggia su un terreno morbido e instabile, che si erode nei valloni nudi e nelle creste che i toscani chiamano calanchi; generazioni di monaci hanno dovuto consolidare i pendii con muri di sostegno e piantumazioni accorte per impedire alla loro casa di scivolare a valle. Questa tensione silenziosa tra fragilità e permanenza è parte profonda del fascino del luogo.
Trentasei scene dalla vita di un santo
Il cuore artistico di Monte Oliveto Maggiore è il Chiostro Grande, le cui pareti portano un ciclo di trentasei affreschi che narrano la vita di san Benedetto come la racconta il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno. Luca Signorelli iniziò il ciclo alla fine degli anni Novanta del Quattrocento, dipingendo un gruppo di scene potenti e scultoree prima di partire per la sua celebre impresa nel Duomo di Orvieto. Dal 1505 il lavoro passò a Giovanni Antonio Bazzi, il pittore eccentrico soprannominato il Sodoma, che portò a termine la maggior parte del ciclo, compresi gli episodi iniziali della giovinezza di Benedetto, la partenza da Norcia e gli anni da eremita a Subiaco. Due artisti più diversi è difficile immaginarli: le scene di Signorelli sono gravi e monumentali, dominate da figure poderose e da architetture severe, mentre il Sodoma popola le sue pareti di giovani cortigiani, ritratti, paesaggi, animali esotici e umorismo malizioso. In una scena il Sodoma ha ritratto se stesso, riccamente vestito, con lo sguardo rivolto a chi osserva, accanto ai tassi addomesticati che notoriamente teneva come animali da compagnia. Percorrere i quattro lati del chiostro, seguendo Benedetto dallo studente ribelle al padre taumaturgo del monachesimo occidentale, resta una delle grandi esperienze narrative dell'arte rinascimentale.
Il legno che diventa illusione
La chiesa abbaziale, ridisegnata nel Settecento in forme tardobarocche piuttosto sobrie, custodisce un tesoro più antico della sua veste attuale: il coro ligneo intagliato e intarsiato da fra Giovanni da Verona, monaco olivetano e uno dei sommi maestri della tarsia lignea italiana. Nei primi anni del Cinquecento egli compose, con innumerevoli tessere di legni dai colori naturali, pannelli di stupefacente illusionismo: strumenti musicali, uccelli canori, vedute di città, libri e armadi socchiusi le cui ante a grata sembrano ruotare fuori dalla superficie piana. Gli stalli di Monte Oliveto sono considerati tra i più begli esempi di quest'arte in tutta Italia e ripagano uno sguardo lento e ravvicinato; ogni dossale è un piccolo mondo in trompe-l'oeil. La fama di fra Giovanni superò di gran lunga i confini della sua congregazione, e le sue opere conservate altrove, in particolare nella natia Verona, confermano ciò che il coro dimostra qui: nelle mani giuste, il legno intarsiato poteva rivaleggiare con la pittura.
Un monastero che lavora ancora
Monte Oliveto Maggiore non è un museo con annessi dei monaci, ma una casa benedettina viva, il cui ritmo quotidiano di preghiera prosegue, pur con interruzioni, da circa sette secoli. La comunità canta la liturgia delle ore, e chi sceglie bene l'orario della visita può ascoltare il canto gregoriano levarsi nella chiesa abbaziale. Il monastero è sempre stato luogo di sapere oltre che di preghiera: la biblioteca storica conserva manoscritti e libri antichi, la vecchia farmacia ricorda le cure che i monaci prestavano un tempo alle campagne circostanti, e un laboratorio interno si dedica al restauro del libro antico, proseguendo l'antico legame benedettino tra vita monastica e sopravvivenza della parola scritta. I monaci coltivano anche la terra, come vuole la loro regola: i poderi dell'abbazia producono vino, olio d'oliva e miele, oltre a preparazioni erboristiche di tradizione monastica, e una bottega presso l'ingresso vende ciò che la comunità produce.
Organizzare la visita nelle Crete Senesi
L'abbazia sorge tra i borghi di Asciano e Buonconvento, a una piacevole strada a sud di Siena, attraverso una delle campagne più fotografate d'Italia. Le nude colline d'argilla delle Crete Senesi cambiano volto con le stagioni: verdi di grano giovane in primavera, quasi lunari in piena estate, morbide e avvolte di nebbia nel tardo autunno. Il vicino borgo di Chiusure offre un magnifico punto di vista sui calanchi, e Buonconvento, con la sua cinta muraria medievale intatta, si abbina naturalmente all'abbazia in una gita di un giorno. La chiesa e il chiostro grande sono aperti ai visitatori ogni giorno, con una pausa a metà giornata; conviene ricordare che si tratta di un monastero vivo: le funzioni hanno la precedenza, il silenzio è gradito e un abbigliamento decoroso è atteso. Venite al mattino presto o verso sera, quando la luce radente accarezza i calanchi e il mattone dell'abbazia prende il colore della brace.
Sulla mappa
Monte Oliveto Maggiore è un nodo di una rete ben più vasta di fondazioni benedettine e olivetane che si stende sulla Toscana e molto oltre, dall'abbazia romanica di Sant'Antimo presso Montalcino fino alle case figlie di altri continenti. Per vedere come la casa madre si collega ai monasteri che la circondano, e per tracciare il vostro itinerario attraverso le Crete Senesi e l'Italia monastica, aprite la mappa interattiva e partite dalle colline pallide a sud di Siena.