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Il silenzio che parla: lectio divina e preghiera contemplativa nei monasteri

Sulle montagne della Chartreuse, sopra Grenoble, i monaci della Grande Chartreuse vivono in un silenzio quasi ininterrotto da quando Bruno di Colonia vi si stabilì con pochi compagni nel 1084. Gli spettatori del documentario di Philip Gröning, Il grande silenzio, girato all'interno del monastero e uscito nel 2005, rimasero spesso sconcertati da quanto poco accade sullo schermo: campane, passi, neve che cade, pagine che si voltano. Eppure quel paesaggio sonoro quasi spoglio non è la curiosità di un ordine particolarmente austero. È la forma concentrata di una convinzione che attraversa tutto il monachesimo, in Oriente come in Occidente: Dio si ascolta meglio dove il rumore degli uomini tace.

Il silenzio come ascolto

La prima parola della Regola di san Benedetto, scritta in Italia nel sesto secolo, è un imperativo: ascolta. Tutto il resto della vita monastica si dispiega a partire da quell'esordio. Il silenzio, in questa tradizione, non è una punizione né una prova di resistenza ascetica; è la condizione che rende possibile l'ascolto. Il vocabolario monastico greco custodì l'idea nella parola esichia, che significa quiete o tranquillità del cuore e non indica soltanto una stanza silenziosa, ma uno stato interiore libero dall'agitazione. Un monastero che regola la parola punta dunque a qualcosa di più ambizioso dei corridoi quieti. Cerca di creare, ora dopo ora, quello spazio interiore in cui un versetto di salmo, una riga della Scrittura o una preghiera senza parole possano davvero essere uditi. Gli autori monastici hanno sempre insistito sul fatto che il fine del silenzio è la carità e l'attenzione, non la semplice astensione, e che un cuore rancoroso o pettegolo resta rumoroso anche quando le labbra sono chiuse.

Le radici nel deserto egiziano

La tradizione nasce nei deserti di Egitto, Siria e Palestina fra il terzo e il quarto secolo, quando uomini e donne come Antonio il Grande lasciarono le città per cercare Dio nella solitudine. I loro detti brevi e taglienti furono raccolti negli Apophthegmata Patrum, i Detti dei Padri del deserto, dove il silenzio è uno dei temi costanti. Un celebre apoftegma racconta che Arsenio, cortigiano romano fattosi eremita, ricevette il consiglio di fuggire, tacere e restare nella quiete, e ne fece il programma della propria vita. Di abba Agatone si narra che portò per anni un sassolino in bocca, finché non ebbe imparato a custodire la lingua. Queste esperienze passarono in Occidente soprattutto grazie a Giovanni Cassiano, che era vissuto tra i monaci d'Egitto e che, agli inizi del quinto secolo, scrisse nella Gallia meridionale le sue Istituzioni e le sue Conferenze. Benedetto conosceva bene Cassiano e lo raccomandava espressamente alla lettura: il silenzio di un chiostro medievale era dunque, alla lettera, aria del deserto importata in Europa.

La Regola di Benedetto e la parola misurata

Benedetto dedica un intero capitolo della sua Regola alla taciturnitas, il riserbo nel parlare. Non pretende un mutismo assoluto; chiede ai monaci di parlare di rado, brevemente e con dolcezza, di rinunciare al riso che ferisce e ancor più alle parole che feriscono. Alcuni tempi e luoghi comportano obblighi più severi. Dopo compieta, l'ufficio della sera, comincia quello che la tradizione chiamerà il grande silenzio, che dura fino al mattino seguente. Nell'oratorio ogni conversazione è vietata, perché la preghiera non venga mai disturbata. Perfino i pasti sono avvolti nell'ascolto anziché nelle chiacchiere: la Regola istituisce un lettore di settimana, e la comunità mangia in silenzio mentre una sola voce legge per tutti. Ne risulta non una vita muta, ma una vita accuratamente dosata, in cui le parole riacquistano peso proprio perché sono diventate rare. Contrariamente a una leggenda tenace, nemmeno i trappisti, i cistercensi della stretta osservanza celebri per la loro austerità, hanno mai emesso un voto formale di silenzio; elaborarono un linguaggio dei segni per il necessario e, semplicemente, parlavano pochissimo.

La lectio divina: leggere per pregare

Il silenzio del monastero non è tempo vuoto; una parte notevole ne è riempita da una pratica peculiare di lettura lenta e orante, la lectio divina, la lettura divina. La Regola di Benedetto le riserva ogni giorno spazi generosi, accanto alla preghiera comune e al lavoro manuale. La descrizione classica del metodo viene da Guigo II, priore certosino della Grande Chartreuse nel dodicesimo secolo, il cui breve trattato Scala Claustralium, la Scala dei monaci, ordina l'esercizio come una scala a quattro gradini. La lectio è la lettura attenta di un breve passo della Scrittura. La meditatio è la sua ruminazione: si rigirano le parole come un animale mastica il cibo, immagine che gli autori medievali usavano senza imbarazzo. L'oratio è la preghiera che sale in risposta, e la contemplatio è il riposo in Dio oltre le parole, verso cui tende l'intera ascesa. Nulla in questo metodo è complicato, ed è proprio questo il punto: sostituisce la fretta di finire un libro con la pazienza di lasciarsi nutrire da una sola riga.

La preghiera contemplativa in Oriente e in Occidente

Oltre la lettura ordinata si apre la preghiera senza parole che gli autori monastici chiamano contemplazione. Nell'Oriente cristiano essa si cristallizzò intorno alla preghiera di Gesù, una breve invocazione ripetuta al ritmo del respiro, cuore della tradizione detta esicasmo. I monaci del Monte Athos la praticarono e la difesero, e nel quattordicesimo secolo Gregorio Palamas le diede la sua celebre giustificazione teologica. Anche l'Occidente latino produsse i suoi classici della preghiera senza immagini. Il trattato inglese anonimo del quattordicesimo secolo, La nube della non conoscenza, insegna a protendersi verso Dio con un nudo slancio d'amore, lasciando cadere ogni concetto sotto una nube di oblio. Due secoli più tardi i carmelitani spagnoli Teresa d'Avila e Giovanni della Croce tracciarono la mappa del cammino interiore con precisione ineguagliata. Nel ventesimo secolo il trappista Thomas Merton, dalla sua abbazia di Gethsemani nel Kentucky, rese la contemplazione familiare a un pubblico vastissimo, e negli anni Settanta i monaci dell'abbazia di Saint Joseph a Spencer, nel Massachusetts, fra cui Thomas Keating, distillarono la tradizione in un metodo semplice, oggi noto come centering prayer.

Un'architettura costruita per la quiete

Il silenzio monastico è edificato nella pietra. Il chiostro, il camminamento coperto attorno a un giardino centrale, è insieme corridoio, luogo di lettura e cuscinetto di quiete nel cuore del complesso. La chiesa ne occupa un lato; sala capitolare, refettorio e dormitorio chiudono il quadrato, cosicché un monaco può trascorrere un'intera giornata senza uscire dalla zona del silenzio. I certosini portarono questa logica alle estreme conseguenze: ogni monaco abita una piccola casa individuale con il proprio orto, riceve i pasti attraverso uno sportello e raggiunge la comunità in chiesa soprattutto per l'ufficio notturno e i vespri, con una lunga passeggiata settimanale durante la quale la conversazione è permessa. L'architettura cistercense perseguì lo stesso fine attraverso la spogliazione, liberando le chiese da ogni ornamento perché nulla distragga l'occhio, come il silenzio allontana la distrazione dall'orecchio. Le consuetudini quotidiane prolungano gli edifici: molte comunità osservano ancora la statio, un breve raccoglimento silenzioso prima di entrare in processione in chiesa.

Perché questo silenzio resiste

Si potrebbe considerare tutto ciò un pezzo da museo; eppure la domanda di silenzio monastico è raramente stata così alta. La Regola di Benedetto ordina di accogliere gli ospiti come Cristo stesso, e monasteri in tutta Europa e oltre mantengono foresterie dove i visitatori condividono per qualche giorno il ritmo delle ore. Molti arrivano senza alcuna motivazione religiosa, semplicemente sfiniti dalla connessione permanente, e scoprono che una giornata fatta di salmi, pasti senza conversazione e lunghi pomeriggi senza programma produce ciò che le vacanze ordinarie non danno. Il successo del grande silenzio al cinema e le foresterie spesso al completo di molte comunità suggeriscono che l'antica intuizione del deserto regge ancora: il silenzio non è un vuoto, ma un luogo di incontro. I monaci aggiungerebbero soltanto che richiede esercizio, e che i primi giorni sono di solito i più rumorosi, il tempo che la mente smaltisca la sua scorta di frastuono.

Sulla mappa

Molti dei luoghi in cui questa tradizione ha preso forma si possono visitare ancora oggi: certose alpine, abbazie cistercensi in valli appartate, case benedettine che pregano le ore nello stesso punto da circa mille anni. Aprite la map interattiva per trovare monasteri vicino a voi o lungo il vostro prossimo viaggio, filtrare per ordine e tradizione e organizzare la visita a un luogo dove il silenzio non è un'assenza, ma un'arte perfezionata con pazienza nel corso dei secoli.