Il chiostro monastico: architettura, funzioni e vita quotidiana attorno al giardino
Chi entra in un’abbazia medievale, in Italia come altrove in Europa, prima o poi si ritrova in un cortile quadrato circondato da gallerie coperte: il chiostro. Il colonnato scandisce la luce, al centro verdeggia un giardino, spesso con un pozzo o una fontana. Sembra un luogo pensato per la contemplazione, e lo era; ma era anche, molto concretamente, il corridoio principale del monastero, la sua sala di lettura, il posto dove i monaci si lavavano le mani prima dei pasti e dove passavano le processioni. La chiesa era il luogo della preghiera; il chiostro era il luogo della vita.
Un quadrato di silenzio: che cosa è un chiostro
La parola chiostro deriva dal latino claustrum, luogo chiuso, dal verbo claudere, chiudere. Fin dall’inizio il termine ha avuto un doppio significato: il cortile porticato vero e proprio, ma anche l’intero spazio riservato ai religiosi, vietato ai laici, che chiamiamo clausura. Quando diciamo che qualcuno vive in clausura, usiamo proprio questo secondo senso.
Come tipo architettonico, il chiostro si consolida in età carolingia. Il celebre piano di San Gallo, un progetto ideale di monastero disegnato all’inizio del nono secolo, mostra già la formula compiuta: la chiesa su un lato e, addossato ad essa, un quadrato di gallerie su cui si affacciano i principali edifici comuni. Lo schema si rivelò così efficace che benedettini, cistercensi, canonici regolari e molti altri lo ripeterono per secoli in tutta Europa. Di norma il chiostro si trova sul fianco meridionale della chiesa, per godere del sole; dove il terreno, l’acqua o gli scoli lo imponevano, i costruttori ribaltavano semplicemente la pianta verso nord.
Le quattro gallerie e gli edifici che vi si affacciano
Un chiostro è in sostanza un sistema di quattro corridoi coperti, le gallerie o ali, ognuna al servizio degli edifici retrostanti. La galleria addossata alla chiesa era in genere la più importante: riparata, luminosa, vicinissima al coro. Sull’ala orientale si apriva la sala capitolare, dove la comunità si riuniva ogni mattina per ascoltare un capitolo della regola di san Benedetto, confessare le proprie mancanze e discutere gli affari della casa. Al piano superiore dell’ala orientale correva di solito il dormitorio, collegato alla chiesa da una scala notturna che permetteva di scendere all’ufficio della notte senza uscire all’aperto.
La galleria opposta alla chiesa portava al refettorio, la sala da pranzo comune, con la cucina nelle vicinanze. L’ala occidentale spettava spesso al cellerario, il monaco responsabile delle provviste; nelle abbazie cistercensi ospitava i conversi, i fratelli laici che seguivano orari propri. Ne risultava un circuito di straordinaria efficienza: dal letto al coro, dal capitolo al pasto e al lavoro, il monaco poteva compiere l’intera giornata senza mai togliersi il tetto da sopra la testa.
La vita quotidiana sotto le volte
Il chiostro non era soltanto un passaggio. La regola di san Benedetto, scritta nel sesto secolo, prescrive ogni giorno tempi di lectio divina, la lettura lenta e meditata della Scrittura, e la galleria lungo la chiesa ne era la sede abituale: ben illuminata, protetta dalle intemperie, a due passi dal coro. Nel muro fra chiostro e chiesa erano spesso ricavati armadi per i libri; alcune abbazie aprirono sulla galleria orientale una piccola biblioteca.
Nel tardo medioevo, soprattutto in Inghilterra, si addossarono alle finestre delle gallerie piccoli stalli di legno detti carrels, dove un monaco poteva leggere o copiare testi con un minimo di riservatezza. Dove il monastero non disponeva di uno scriptorium separato, anche la copiatura dei manoscritti poteva svolgersi nel chiostro — prospettiva poco allettante d’inverno, tanto che molti chiostri tardi furono chiusi con vetrate. Vigeva il silenzio: per comunicare si ricorreva a un linguaggio di segni codificato oppure a stanze apposite, i parlatori, il cui nome dice già tutto.
Il lavabo e l’acqua nel monastero
La vita pratica ruotava attorno all’acqua. Presso l’ingresso del refettorio si trovava il lavabo, dove i monaci si lavavano le mani prima dei pasti: un gesto insieme igienico e rituale, che richiamava il lavarsi le mani del sacerdote durante la messa. A volte era una lunga vasca incassata nel muro sotto un’arcata; a volte un vero padiglione delle fontane, un piccolo edificio poligonale sporgente nel giardino, con una vasca al centro. I cistercensi prediligevano questo secondo tipo, e alcuni di questi padiglioni restano fra le più belle architetture minori del medioevo.
Dietro tutto ciò stava un’idraulica raffinata: molti monasteri captavano sorgenti lontane e le convogliavano con condutture, e il chiostro fungeva spesso da nodo di distribuzione dell’intera rete. Nel chiostro si svolgeva anche il mandatum, la lavanda dei piedi, e in alcune case vi si seppellivano membri della comunità o benefattori, le cui lastre tombali pavimentano ancora molte gallerie.
Dai capitelli romanici al gotico
Pochi elementi architettonici raccontano l’evoluzione dell’arte medievale come il chiostro. Gli esempi romanici dell’undicesimo e del dodicesimo secolo mostrano basse arcate a tutto sesto su colonnine binate, con capitelli scolpiti a fogliami, animali fantastici e scene bibliche: veri libri illustrati di pietra che si srotolano attorno al cortile. Celebri per questa scultura sono i chiostri di Moissac, nel sud-ovest della Francia, e di Santo Domingo de Silos, in Spagna; a Monreale, in Sicilia, le colonnine brillano di intarsi a mosaico.
I cistercensi, votati all’austerità, eliminarono l’ornamento ma conservarono la forma, creando chiostri di una sobrietà severa e proprio per questo memorabile, come a Fontenay in Borgogna o a Le Thoronet in Provenza. I costruttori gotici aprirono poi le arcate in grandi finestre a traforo, coprirono le gallerie con volte in pietra e spesso le chiusero con vetrate contro il clima. Il chiostro della cattedrale di Gloucester, in Inghilterra, rimaneggiato nel quattordicesimo secolo, è considerato uno dei primissimi esempi di volta a ventaglio: la prova che questo corridoio apparentemente umile poteva sostenere l’architettura più inventiva del suo tempo.
Il giardino centrale: un vuoto pieno di significato
Al centro di tutto sta il giardino, il cortile scoperto che le gallerie racchiudono. Di solito era un semplice prato, talvolta attraversato da vialetti che si incrociavano presso un pozzo o una fontana, talvolta coltivato. Il suo vuoto era voluto. Gli autori medievali leggevano il chiostro in chiave allegorica: anticipo del paradiso, giardino recintato a immagine dell’hortus conclusus del Cantico dei cantici, quadrato di ordine al centro di una vita ordinata. Qualunque cosa si pensi della teologia, l’effetto resta intatto: la luce che cade su un verde immobile, incorniciata su ogni lato dal ritmo degli archi.
Non tutti gli ordini usarono la forma allo stesso modo. I certosini, monaci eremiti, trasformarono il chiostro grande in un vasto cortile bordato di celle individuali, ognuna con il proprio orticello: qui la galleria collegava solitudini, non sale comuni. Gli ordini mendicanti strinsero i loro chiostri in anguste particelle urbane; cattedrali e collegiate adottarono la forma per i propri canonici. Proprio questa adattabilità spiega perché si trovino chiostri da Lisbona al Baltico.
Sulla mappa
Il modo migliore per capire un chiostro è starci dentro — o leggere, in una rovina, i muri rasati come una pianta a grandezza naturale. Sulla nostra map interattiva sono censiti centinaia di monasteri, abbazie e priorati con chiostri conservati o scavati, dai capolavori romanici intatti alle semplici fondazioni dove del quadrato resta solo il prato. Scegliete una regione, cercate un sito vicino a voi e percorrete di persona le quattro gallerie: una volta compresa la logica di chiesa, sala capitolare, refettorio e lavabo, ogni rovina comincia a parlare.