Ildegarda di Bingen: la badessa che fece del chiostro una scuola dell'universo
Intorno al 1150 una monaca benedettina sulla cinquantina lasciò con le sue consorelle il monastero maschile di Disibodenberg, sul fiume Nahe, dove viveva fin dall'infanzia, per fondare una casa indipendente sul Rupertsberg, un'altura che domina la confluenza della Nahe nel Reno, presso Bingen. La partenza fu duramente contestata, il luogo era in rovina, e la donna che guidava l'impresa aveva trascorso circa quarant'anni in clausura. Si chiamava Ildegarda. Quando morì, nel 1179, lasciava un'opera che non ha eguali in tutto il Medioevo: teologia visionaria, canti liturgici, scritti di scienze naturali e di medicina, una lingua inventata e centinaia di lettere indirizzate a papi, imperatori e abati.
Una bambina offerta al chiostro
Ildegarda nacque nel 1098 in una famiglia della piccola nobiltà libera dell'Assia renana, con ogni probabilità a Bermersheim; la tradizione la vuole decima figlia. Secondo l'uso delle famiglie nobili dell'epoca fu destinata giovanissima alla vita religiosa e affidata a Jutta di Sponheim, una reclusa che viveva presso il monastero benedettino di Disibodenberg. Lì la bambina ricevette la sua istruzione: il salterio, la liturgia latina, il ritmo costante della preghiera benedettina. Una formazione modesta, se paragonata alle scuole cattedrali che allora fiorivano in Francia; Ildegarda si definirà più tardi donna indotta — una formula che dice più sulle convenzioni medievali dell'umiltà che sulla sua reale padronanza della Scrittura, della teologia e del sapere naturale del suo tempo. Alla morte di Jutta, nel 1136, la comunità femminile cresciuta attorno al reclusorio elesse Ildegarda come magistra, maestra e guida.
Le visioni e la nascita dello Scivias
Ildegarda scriverà di aver avuto percezioni visionarie fin dalla prima infanzia, ma di averle a lungo taciute. All'inizio degli anni Quaranta del XII secolo avvertì il comando interiore, irresistibile, di mettere per iscritto ciò che vedeva. Nacque così lo Scivias — abbreviazione di Sci vias Domini, Conosci le vie del Signore —, una vasta opera teologica articolata in ventisei visioni su creazione, redenzione e storia della salvezza. Decisiva non fu soltanto la scrittura, ma l'autorizzazione a scrivere. Verso il 1147-1148, al sinodo di Treviri, papa Eugenio III fece esaminare alcune parti dell'opera; incoraggiato da Bernardo di Chiaravalle, con cui Ildegarda aveva avuto uno scambio epistolare, il papa approvò la sua scrittura visionaria. Per una donna del dodicesimo secolo quel riconoscimento pontificio cambiava tutto: l'esperienza privata di una monaca diventava insegnamento pubblico, che vescovi, abati e principi erano tenuti a prendere sul serio. Nei decenni successivi seguirono altre due grandi opere visionarie: il Liber vitae meritorum, sulle virtù e i vizi, e il Liber divinorum operum, sul cosmo e sull'uomo.
Il suono del cielo: canti e dramma sacro
La vita monastica è vita cantata, e Ildegarda fu una delle compositrici più originali del suo secolo. Scrisse da sé testi e melodie dei suoi canti liturgici, raccolti sotto il titolo di Symphonia armonie celestium revelationum, la Sinfonia dell'armonia delle rivelazioni celesti. Le sue antifone, i responsori, le sequenze e gli inni celebrano la Vergine Maria, sant'Orsola e i santi Ruperto e Disibodo, patroni delle case che conosceva meglio. Il suo stile musicale è inconfondibile: ampie arcate melodiche di estensione insolita, salti arditi e lunghi melismi che distendono una sola sillaba su molte note. Compose inoltre l'Ordo Virtutum, il Gioco delle Virtù, un dramma morale interamente cantato in cui le Virtù contendono al Diavolo un'anima umana — e il Diavolo, particolare rivelatore, è l'unico personaggio che non canta. È la più antica moralità conosciuta di un autore identificato, e mostra quanto strettamente musica, insegnamento e teologia fossero intrecciati nella sua idea di chiostro.
Curare in monastero: Physica e Causae et curae
I monasteri benedettini furono anche luoghi di cura, con infermerie, orti dei semplici e il dovere di assistere i malati sancito dalla Regola stessa. Da questo mondo pratico nacquero le due opere naturalistiche di Ildegarda: la Physica, una rassegna delle proprietà curative di piante, animali, pietre e metalli, e il Causae et curae, un trattato sulle cause delle malattie e sui loro rimedi. A differenza dei libri visionari, questi testi si fondano apertamente sull'osservazione, sulla pratica dell'infermeria monastica e sul sapere medico comune dell'epoca, ordinato secondo l'antica dottrina degli umori. Ildegarda vi parla di alimentazione e digestione, di sonno, dell'equilibrio tra umido e secco nel corpo e delle virtù di erbe come il finocchio e la galanga. Serve però cautela: si tratta di medicina medievale, non di farmacologia moderna, e la fortuna popolare dei cosiddetti rimedi di Ildegarda degli ultimi decenni va molto oltre ciò che ella scrisse davvero. Come testimonianza del modo in cui un monastero del dodicesimo secolo raccoglieva, verificava e trasmetteva il sapere sulla natura, questi testi restano tuttavia preziosissimi.
Rupertsberg ed Eibingen: la conquista dell'indipendenza
Lasciare Disibodenberg fu un atto di coraggio istituzionale. I monaci non volevano perdere il prestigio e le donazioni che la visionaria attirava, ma Ildegarda non cedette: verso il 1150 la sua comunità si stabilì sul Rupertsberg, presso Bingen, dove sopra la tomba di san Ruperto sorse un monastero nuovo. Con una tenacia di cui le carte e le lettere superstiti conservano viva traccia, assicurò alla fondazione garanzie giuridiche ed economiche e ne negoziò l'autonomia. Crescendo le vocazioni, fondò verso il 1165 una seconda comunità sull'altra riva del Reno, a Eibingen, sopra Rüdesheim, e attraversava regolarmente il fiume per guidarla. I destini delle due case si separarono poi bruscamente: il Rupertsberg fu distrutto nel 1632 dalle truppe svedesi durante la guerra dei Trent'anni e mai ricostruito, mentre la tradizione di Eibingen fu rinnovata all'inizio del Novecento con la costruzione dell'attuale abbazia di Santa Ildegarda, le cui benedettine cantano ancora oggi le sue composizioni.
Una voce pubblica: lettere, viaggi e conflitti
Nulla, negli ultimi decenni di Ildegarda, corrisponde al luogo comune della monaca silenziosa. Il suo epistolario, tra i più ricchi giunti fino a noi dal dodicesimo secolo, comprende scambi con papa Eugenio III, con Bernardo di Chiaravalle e con l'imperatore Federico Barbarossa, oltre che con innumerevoli abati, badesse e laici in cerca di consiglio. Ormai sessantenne e poi settantenne, intraprese viaggi di predicazione lungo il Meno, la Mosella e il Reno, rivolgendosi al clero e denunciando pubblicamente — fatto straordinario per una donna — la corruzione della Chiesa e l'eresia catara. L'ultimo anno di vita le riservò un'ultima battaglia: la sua comunità fu colpita dall'interdetto perché ella rifiutava di far riesumare un uomo sepolto nel cimitero del monastero, sostenendo che era morto riconciliato con la Chiesa. Contestò la sanzione con lettere di rara forza argomentativa — tra cui una celebre difesa della musica come eco del paradiso — e ne ottenne la revoca poco prima di morire, il 17 settembre 1179.
Una santità riconosciuta dopo otto secoli
La venerazione di Ildegarda cominciò subito dopo la sua morte, e la sua festa si celebra da secoli il 17 settembre; eppure il processo di canonizzazione aperto nel Duecento non fu mai portato a termine nel Medioevo. L'anomalia fu risolta soltanto nel 2012, quando papa Benedetto XVI estese il suo culto alla Chiesa universale con una canonizzazione equipollente e la proclamò poi dottore della Chiesa — titolo che a oggi soltanto quattro donne condividono. Per la storia del monachesimo quell'onore conferma ciò che le fonti mostravano da tempo: un chiostro del dodicesimo secolo poteva essere insieme scuola, scriptorium, infermeria, officina musicale e luogo di consiglio politico — e una donna poteva esserne alla guida.
Sulla mappa
Il mondo di Ildegarda si legge ancora nel paesaggio: le rovine del monastero di Disibodenberg sulla Nahe, il sito del Rupertsberg presso Bingerbrück, la chiesa parrocchiale di Eibingen che custodisce il suo reliquiario e l'abbazia di Santa Ildegarda sopra Rüdesheim, con i vigneti che scendono verso il Reno. Aprite la mappa interattiva per individuare questi luoghi, insieme a centinaia di altri monasteri e abbazie d'Europa, e seguite il paesaggio fluviale che plasmò una delle menti più straordinarie del Medioevo.