La Certosa di Pavia: viaggio nel mausoleo visconteo diventato capolavoro del Rinascimento
Chi arriva alla Certosa di Pavia lungo il viale alberato che parte dal borgo incontra, prima ancora della chiesa, una sigla: GRA-CAR. Due sillabe scolpite su portali, capitelli e chiavi di volta, abbreviazione di Gratiarum Cartusia, la certosa di Santa Maria delle Grazie. È la firma che i monaci e i loro committenti hanno lasciato su uno dei complessi monastici più straordinari d'Italia: nato nel 1396 come mausoleo dei Visconti, cresciuto per oltre un secolo sotto i Visconti prima e gli Sforza poi, e diventato, quasi senza volerlo, un compendio dell'arte lombarda fra tardo gotico e Rinascimento maturo. A pochi chilometri ci sono Pavia con il suo castello e, più a nord, Milano: la Certosa sta esattamente in mezzo, e non per caso.
Il sogno dinastico di Gian Galeazzo
Il fondatore, Gian Galeazzo Visconti, era diventato nel 1395 il primo duca di Milano e già nel 1386 aveva avviato il cantiere del Duomo. Alla certosa affidò un compito diverso ma complementare: custodire le tombe della sua famiglia e dare radici di pietra a una dinastia giovanissima. La tradizione lega la fondazione a un voto della moglie Caterina, ma la scelta del luogo rivela il calcolo del principe: il monastero sorse al margine settentrionale del grande parco di caccia murato che lo collegava al castello di Pavia, residenza prediletta della corte. Nel 1396 il duca pose personalmente la prima pietra; nel 1402, appena sei anni dopo, la peste se lo portò via, quando i muri erano poco più che fondamenta. Il progetto, però, era ormai una questione di Stato: chi governava Milano non poteva permettersi di lasciarlo cadere.
Un cantiere lungo più di un secolo
Il primo architetto, Bernardo da Venezia, impostò una chiesa pienamente gotica: croce latina, tre navate fiancheggiate da cappelle, volte a crociera e un alto tiburio sopra l'incrocio dei bracci, secondo la migliore tradizione lombarda. Con le turbolenze seguite alla morte del fondatore i lavori rallentarono per decenni, per riprendere slancio a metà Quattrocento, quando gli Sforza subentrarono ai Visconti e assunsero il patronato come eredità dinastica; a dirigere il cantiere furono a lungo gli architetti della famiglia Solari. Quando la chiesa venne consacrata, nel 1497, era passato un secolo esatto dalla prima pietra e il gusto era completamente cambiato. Ne risulta un edificio con due anime: uno scheletro gotico — archi acuti, volte dipinte a cielo stellato, il tiburio a gradoni — rivestito di una pelle rinascimentale fatta di marmi, lesene e candelabre. Poche architetture italiane raccontano con altrettanta chiarezza, nella propria muratura, il passaggio da un'epoca all'altra.
La facciata dei Mantegazza e dell'Amadeo
La facciata è il pezzo più celebre del complesso e uno dei vertici della scultura lombarda. La metà inferiore è un campo continuo di rilievi: alla base corre la fascia dei medaglioni con i profili di imperatori romani e figure dell'antichità — un modo per dire che i duchi di Milano sedevano alla tavola dei cesari — e sopra si susseguono profeti, apostoli, storie sacre, finestre avvolte nell'ornato e santi nelle nicchie. Vi lavorarono, nell'ultimo quarto del Quattrocento, i fratelli Cristoforo e Antonio Mantegazza e poi Giovanni Antonio Amadeo, il più geniale scultore-architetto lombardo della sua generazione. L'ordine superiore, più sobrio, arrivò nei decenni successivi, ma il coronamento previsto non fu mai realizzato: la facciata termina con una linea orizzontale, senza il fastigio immaginato. Quell'incompiutezza, lungi dal guastare l'insieme, dice la verità su un monumento che rimase cantiere per generazioni.
Dentro la chiesa: Bergognone, il Perugino, gli Embriachi
L'interno è una storia dell'arte lombarda in miniatura. Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, lavorò alla Certosa negli anni Novanta del Quattrocento lasciando pale d'altare e affreschi immersi nella sua luce argentea e silenziosa; nei transetti, con un'invenzione rimasta famosa, monaci certosini dipinti si affacciano da finestre illusionistiche a osservare la chiesa vera. Intorno al 1500 il Perugino, allora fra i pittori più richiesti d'Italia, consegnò un polittico che fu in seguito smembrato: diversi pannelli si trovano oggi alla National Gallery di Londra, sostituiti in loco da copie, mentre resta in Certosa una tavola originale con l'Eterno Padre. Nella sacrestia vecchia si conserva uno dei tesori più singolari del complesso, il monumentale trittico della bottega degli Embriachi, un mosaico di placchette d'osso e d'avorio intagliate che racconta le storie sacre tessera per tessera. E i secoli successivi hanno continuato ad aggiungere: stalli intarsiati, altari barocchi, affreschi che si sovrappongono strato su strato.
Sepolcri di due dinastie
Il cuore dinastico della fondazione batte nei transetti. In uno si innalza il monumento funebre di Gian Galeazzo Visconti, progettato da Gian Cristoforo Romano e completato molti anni dopo: il fondatore ottenne la sua sepoltura monumentale quando era morto ormai da quasi un secolo. Nell'altro riposano le figure giacenti di Ludovico il Moro, il duca sforzesco protettore di Leonardo da Vinci, e della giovanissima moglie Beatrice d'Este, scolpite da Cristoforo Solari per una chiesa milanese e trasferite alla Certosa nel Cinquecento. C'è qualcosa di malinconico in questa coppia di marmo: Beatrice morì proprio nel 1497, l'anno della consacrazione della chiesa, e Ludovico finì i suoi giorni prigioniero dei francesi. I due giacciono, ospiti sereni, nel mausoleo della dinastia che la loro famiglia aveva sostituito.
I chiostri, le celle, il silenzio
Dietro la chiesa comincia il mondo dei monaci. Il chiostro piccolo, ornato dalle raffinate terrecotte a cui lavorò Rinaldo de Stauris, distribuiva gli spazi comuni: refettorio, sala capitolare. Oltre si apre il chiostro grande, uno dei più vasti d'Italia, circondato da ventiquattro celle. Ogni cella è in realtà una casetta con giardino murato, studio e camera; accanto a ogni porta un passavivande consentiva di consegnare i pasti senza scambiare parola. È la regola certosina fatta architettura: san Bruno, alla fine dell'XI secolo, aveva concepito i suoi monaci come eremiti che vivono fianco a fianco, riuniti solo per l'ufficio notturno, la messa e una passeggiata settimanale. Il paradosso della Certosa sta tutto qui: per uomini che passavano la vita in celle spoglie fu costruita una delle chiese più decorate d'Europa, che i monaci stessi vedevano soprattutto dagli stalli del coro.
Dalle soppressioni ai monaci di oggi
La storia moderna non risparmiò il monastero. Nel febbraio 1525 la battaglia di Pavia si combatté nel vecchio parco visconteo, alle porte della Certosa: l'esercito di Carlo V annientò quello francese e re Francesco I fu fatto prigioniero, in uno degli scontri più decisivi del secolo. Poi arrivarono le carte bollate: nel 1782 l'imperatore Giuseppe II soppresse la comunità, l'età napoleonica portò nuove dissoluzioni e, dopo l'Unità, il complesso fu dichiarato monumento nazionale nel 1866 — la decisione che lo salvò. La vita monastica tornò a ondate, con periodi certosini e altri ordini, finché dal 1968 vi si stabilì una comunità cistercense che ancora oggi custodisce la Certosa e accompagna i visitatori tra chiesa, chiostri e museo.
Sulla mappa
La Certosa di Pavia si raggiunge facilmente sia da Milano sia da Pavia ed è il punto di partenza ideale per un itinerario tra i monasteri della Lombardia e della pianura padana. Sulla nostra mappa interattiva trovate la posizione esatta della Certosa, insieme alla Grande Chartreuse, alle altre certose europee e a centinaia di abbazie e monasteri. Fate zoom sulla Lombardia e seguite la breve distanza che separa il castello di Pavia dalla chiesa che i Visconti vollero per la propria memoria.