L'abbazia di Iona: culla del cristianesimo celtico
Da quasi millecinquecento anni i viaggiatori compiono lo stesso gesto: attraversare il breve braccio di mare che separa l'isola di Mull dalla minuscola Iona, nelle Ebridi Interne scozzesi. Oggi il traghetto parte da Fionnphort e impiega pochi minuti; un tempo si arrivava a remi o a vela, dopo giorni di navigazione lungo le rotte dell'Atlantico. La meta, però, è rimasta la stessa. Su quest'isola lunga appena cinque chilometri il monaco irlandese Colomba, in gaelico Colum Cille, fondò nel 563 un monastero destinato a diventare il cuore pulsante del cristianesimo celtico: da qui partirono missionari verso i Pitti e la Northumbria, qui fiorì uno scriptorium leggendario, qui vennero sepolti, secondo la tradizione, re di Scozia, d'Irlanda e di Norvegia.
Un pellegrinaggio che non si è mai interrotto
Iona è uno di quei rari luoghi in cui il pellegrinaggio non è un ricordo storico ma una pratica viva. I pellegrini medievali sbarcavano e risalivano la Sràid nam Marbh, la Strada dei Morti, il cui selciato è in parte ancora visibile tra l'approdo e l'abbazia. Oggi migliaia di visitatori percorrono ogni anno lo stesso tragitto, chi per fede, chi per amore della storia, chi semplicemente attratto dalla luce straordinaria dell'isola, dalle spiagge di sabbia bianca e dal silenzio. La continuità è tangibile: nell'abbazia restaurata si prega ancora ogni giorno, e la piccola comunità isolana convive da sempre con questo flusso di ospiti. Pochi monumenti europei permettono di sentire con tanta immediatezza che cosa significhi un luogo santo di lunghissima durata.
Colomba, il principe che scelse l'esilio
Il fondatore apparteneva agli Uí Néill, una delle stirpi più potenti dell'Irlanda settentrionale, e prima di lasciare la sua terra aveva già fondato diversi monasteri. Sul perché nel 563 abbia preso il mare, la tradizione racconta di un conflitto sanguinoso e di una penitenza volontaria; gli storici moderni vi aggiungono motivazioni politiche e slancio missionario, senza poter sciogliere del tutto l'enigma. Colomba approdò nel regno gaelico di Dál Riata, i cui sovrani erano legati alla sua parentela, e ottenne Iona per la sua fondazione. La scelta rispondeva perfettamente all'ideale del monachesimo celtico, che guardava ai Padri del deserto: una solitudine ai margini del mondo abitato, dove il deserto era fatto d'acqua anziché di sabbia. Ma l'isola era anche un crocevia, perché nel primo medioevo le rotte marittime delle Ebridi collegavano Irlanda, Scozia e isole meglio di qualunque strada terrestre. Colomba guidò la comunità per oltre trent'anni, fino alla morte nel 597.
La vita quotidiana dei primi monaci
Del monastero di Colomba non resta in piedi nulla nella forma originaria: gli edifici erano di legno, graticcio e zolle erbose, materiali che il tempo ha dissolto. Sopravvive però il vallum, il grande terrapieno con fossato che recingeva lo spazio sacro e il cui tracciato si riconosce ancora nei prati intorno all'abbazia. All'interno sorgevano la chiesa, gli edifici comuni, le officine e le celle dei monaci. Sul piccolo rilievo roccioso chiamato Tòrr an Aba, subito a ovest della chiesa abbaziale, la tradizione colloca la capanna in cui il santo scriveva, e gli scavi archeologici hanno dato sostegno a questa memoria. Le giornate scorrevano tra preghiera, lavoro dei campi, pesca e copiatura dei manoscritti. A restituirci questo mondo è soprattutto la Vita Columbae, scritta intorno al 700 da Adomnán, nono abate di Iona e grande erudito: un testo ricco di miracoli, come vuole il genere agiografico, ma anche di dettagli concreti che ne fanno una delle fonti più preziose dell'alto medioevo britannico.
Lo scriptorium, le croci e il Libro di Kells
L'ottavo secolo fu l'età dell'oro artistica di Iona. Gli scalpellini del monastero realizzarono alcune tra le prime e più belle croci celtiche monumentali, elaborando quella forma ad anello divenuta poi il simbolo stesso del cristianesimo gaelico. La croce di San Martino svetta ancora al suo posto originario, dopo oltre milleduecento anni, istoriata con scene bibliche e motivi a serpenti e borchie; i resti della croce di San Giovanni e di quella di Sant'Orano sono custoditi nel museo dell'abbazia, mentre una replica della prima accoglie i visitatori davanti al portale occidentale. Non meno celebre è lo scriptorium: molti studiosi ritengono che il Libro di Kells, il più sontuoso evangeliario miniato dell'alto medioevo, sia stato iniziato proprio a Iona intorno all'anno 800, prima di essere trasferito in Irlanda. Che sia nato del tutto o solo in parte sull'isola, appartiene senza dubbio alla cultura artistica che Iona aveva saputo generare.
I vichinghi e la via per Kells
La ricchezza del monastero e la sua posizione esposta ne fecero una preda ambita quando, alla fine dell'ottavo secolo, i predoni scandinavi comparvero nelle Ebridi. Iona subì il primo assalto nel 795 e altri ne seguirono; nell'806 i vichinghi uccisero numerosi monaci nella baia che ancora oggi si chiama baia dei Martiri. La comunità reagì fondando un nuovo monastero a Kells, in Irlanda, dove furono messi al sicuro tesori e reliquie, e probabilmente anche il grande evangeliario. L'isola tuttavia non fu mai abbandonata: una presenza monastica vi resistette per tutta l'età vichinga e, quando i coloni norreni delle isole si convertirono al cristianesimo, furono proprio loro a venerare la santità del luogo che i loro antenati avevano saccheggiato.
Il cimitero dei re e l'abbazia benedettina
Accanto all'abbazia si stende il Reilig Odhráin, il cimitero intitolato a Orano, compagno di Colomba, con al centro la cappella di Sant'Orano del dodicesimo secolo. La tradizione medievale vi collocava le sepolture di una lunga serie di antichi re scozzesi, tra cui, celebri più di tutti, Macbeth e il suo rivale Duncan, oltre a sovrani d'Irlanda e di Norvegia. Gli storici moderni maneggiano con cautela questi elenchi, ma il prestigio funerario di Iona è fuori discussione, e la consuetudine non si è mai davvero spenta: nel 1994 vi fu sepolto John Smith, leader del partito laburista britannico. Intorno al 1200 Ranald, figlio del grande signore delle Isole Somerled, rifondò Iona come abbazia benedettina; nello stesso periodo sorse nelle vicinanze un monastero femminile agostiniano, le cui rovine di granito rosa sono tra le meglio conservate di Scozia. La chiesa abbaziale che si visita oggi è in sostanza quell'edificio medievale, rimaneggiato nei secoli.
Dalla rovina alla rinascita
La Riforma scozzese del sedicesimo secolo pose fine alla vita monastica, e per trecento anni gli edifici decaddero a rovina romantica, meta di viaggiatori e artisti. La rinascita cominciò nel 1899, quando l'ottavo duca di Argyll trasferì il complesso all'Iona Cathedral Trust; la chiesa abbaziale fu restaurata per il culto all'inizio del ventesimo secolo. Dal 1938 la Iona Community, fondata da George MacLeod, ricostruì gli edifici claustrali unendo deliberatamente lavoro manuale e preghiera, e ancora oggi anima l'isola con liturgie quotidiane e programmi di ospitalità, mentre Historic Environment Scotland si prende cura del sito storico. Chi visita Iona oggi non entra dunque in un semplice monumento, ma in un luogo dove la preghiera, pur con lunghe interruzioni, risuona da quasi quindici secoli.
Sulla mappa
Per capire davvero Iona bisogna guardarla insieme alle sue consorelle: Kells in Irlanda, Lindisfarne di fronte alla Northumbria, la costellazione di fondazioni colombaniane sparse per le Ebridi. Aprite la nostra mappa interattiva e seguite con i vostri occhi quelle antiche rotte marittime, di isola in isola e di monastero in monastero. Scoprirete ciò che i monaci del sesto secolo sapevano già: questo scoglio ai margini dell'oceano non era una periferia, ma un centro.